La riabilitazione cardiologica è uno dei trattamenti più raccomandati dalle linee guida internazionali per chi ha avuto un infarto, un intervento di bypass o una diagnosi di scompenso cardiaco. Nonostante questo, in Italia meno di un paziente su tre tra quelli che ne avrebbero indicazione la segue davvero.
Capire in cosa consiste questo percorso, come è strutturato e perché è così importante può essere il primo passo per non lasciarlo scivolare tra le cose rimandate.
Che cos’è la riabilitazione cardiologica
La riabilitazione cardiologica è un trattamento medico rivolto ai pazienti con patologie cardiache, in genere nella fase successiva a un intervento chirurgico o a un infarto del miocardio. È un programma strutturato che unisce l’aspetto motorio a quello educativo e psicologico, con l’obiettivo di riportare la persona alla propria autonomia e, quando possibile, alla piena vita sociale e lavorativa.
Le linee guida della Società Europea di Cardiologia e delle società scientifiche americane la classificano con il grado massimo di raccomandazione previsto per un trattamento medico, lo stesso riservato ai farmaci con l’evidenza scientifica più solida.
Le fasi del percorso
Il percorso riabilitativo si articola tradizionalmente in tre fasi, ciascuna con un obiettivo diverso.
La prima fase coincide con il ricovero ospedaliero, subito dopo l’evento acuto. In questo momento il lavoro dell’équipe è concentrato sulla stabilizzazione dei parametri vitali del paziente, su una mobilizzazione precoce e graduale, e sul primo supporto infermieristico e psicologico, sia per il paziente sia per chi se ne prende cura.
La seconda fase è quella più propriamente riabilitativa e si svolge, in base alle condizioni cliniche del paziente, in ambulatorio day hospital o in ricovero ordinario, con la supervisione di un’équipe multidisciplinare che può comprendere fisiatra, fisioterapista e altre figure sanitarie. È qui che si inserisce l’esercizio fisico vero e proprio: attività aerobica su cyclette e tapis roulant, ginnastica respiratoria, stretching muscolare, dosati e progressivi. Le linee guida internazionali indicano come riferimento circa 150 minuti settimanali di attività aerobica di intensità moderata, generalmente distribuiti su più sedute. Proprio in questa fase gli studi registrano i benefici più misurabili: una riduzione della mortalità cardiovascolare stimata tra il 20 e il 26% rispetto ai pazienti che non seguono un programma riabilitativo, un calo delle riospedalizzazioni per eventi acuti, un miglioramento della tolleranza allo sforzo e un miglior controllo dei principali fattori di rischio, dalla pressione arteriosa al colesterolo, dalla glicemia al peso corporeo.
La terza fase è quella del mantenimento a lungo termine: l’attività fisica e le abitudini acquisite durante il percorso devono trasformarsi in uno stile di vita stabile, spesso proseguito a domicilio, in alcuni casi con il supporto della telemedicina. Le linee guida nazionali dedicano ampio spazio agli interventi educativi e comportamentali su alimentazione, attività fisica e abitudini come il fumo, con l’obiettivo di costruire, insieme all’équipe, uno stile di vita che il paziente possa perseguire nella vita di tutti i giorni.
Non solo attività fisica: l’aspetto psicologico
Un evento cardiaco importante, come un infarto, non lascia soltanto segni fisici. Ansia e sintomi depressivi sono frequenti nei mesi successivi e possono, a loro volta, peggiorare la prognosi cardiovascolare: il legame tra salute mentale e salute del cuore è bidirezionale, e per questo la riabilitazione cardiologica include fin dall’inizio un accompagnamento educativo e psicologico, oltre a quello motorio. Aiutare il paziente a comprendere la propria condizione, a gestire la paura di un nuovo evento e a ritrovare fiducia nel proprio corpo fa parte del processo tanto quanto gli esercizi in palestra.
Perché resta un percorso sottoutilizzato
Se i benefici sono così documentati, viene naturale chiedersi come sia possibile che in Italia così pochi pazienti seguano questo percorso. Le Linee guida nazionali su cardiologia riabilitativa e prevenzione secondaria delle malattie cardiovascolari, elaborate dall’Istituto Superiore di Sanità insieme all’Agenzia per i Servizi Sanitari Regionali e alle principali società scientifiche italiane di cardiologia, dedicano un intero capitolo proprio a questo tema, distinguendo tre tipi di ostacoli.
Ci sono anzitutto ostacoli culturali: la formazione e l’aggiornamento del personale sanitario restano fortemente orientati alla gestione della fase acuta della malattia, mentre la divulgazione scientifica tende a enfatizzare l’efficacia degli interventi immediati (interventi e terapie farmacologiche) a scapito di quella, meno visibile ma altrettanto solida, degli interventi di prevenzione a lungo termine come la riabilitazione.
Ci sono poi ostacoli organizzativi: chi accoglie il paziente subito dopo l’evento acuto tende a proporre percorsi di controllo legati a una singola specializzazione, senza attivare l’insieme integrato di interventi (fisico, educativo, psicologico) che la riabilitazione cardiologica prevede. A questo si aggiunge una carenza strutturale di centri dedicati sul territorio, insieme ai costi e alla complessità di coordinare un’équipe multidisciplinare.
Infine, ci sono ostacoli economici: il sistema di rimborso delle prestazioni sanitarie tende a privilegiare gli interventi ad alta intensità assistenziale nella fase acuta, lasciando in secondo piano un percorso che, pur avendo un rapporto costo-efficacia molto favorevole nel lungo periodo, richiede continuità.
Le stesse linee guida propongono alcune contromisure: diffondere le raccomandazioni tra tutti gli operatori coinvolti, così da aumentare la capacità dei pazienti stessi di riconoscere e richiedere questo percorso; colmare la carenza di servizi dedicati e introdurre meccanismi che premino la presa in carico continuativa del paziente cronico, invece della sola gestione dell’evento acuto.
Il percorso al Santabarbara Hospital
Al Santabarbara Hospital la riabilitazione cardiologica è condotta da un’équipe dedicata, guidata dal dottor Giuseppe La Rosa come dirigente dell’unità funzionale, con il dottor Calogero Zirafi come fisioterapista di riferimento. Le attività proposte comprendono esercizi di ginnastica respiratoria, attività fisica su cyclette e tapis roulant e stretching muscolare, ma fanno parte del team anche altre figure come lo psicologo, l’assistente sociale e il logopedista, a conferma che il percorso non si limita all’aspetto fisico ma segue il paziente anche su quello psicologico e sociale.



